IL MESTIERE DI LEGGERE

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La domanda scomoda - Una vita da lettore

Appunti 06/20 del 05/10/2020

Una vita da lettore Gli incontri che cambiano la vita Abbiamo già scritto qui di quanto sia difficile rispondere alla domanda "Qual è il tuo libro preferito?"... Di seguito aggiungiamo un altro mattoncino alla discussione, considerando come certi incontri "libreschi" facciano parte della nostra vita, della nostra storia personale che, nel bene e nel male, è sempre unica e irripetibile. Diventa quindi sempre più arduo indicare un libro preferito, quando ce ne sono decine e decine che ci hanno accompagnati nel percorso. Buona lettura...

Ricardo


-- Il primo imprinting da lettore avvenne prima ancora che sapessi leggere.

Ricordo ancora l’odore della carta, la sensazione ruvida sui polpastrelli delle mie manine da infante, il fruscio che facevano le pagine colorate, nella penombra silenziosa del soppalco, e il sommesso vociare delle maestre al piano di sotto.

Avevamo un gioco tra i compagnetti, sul finire del pranzo: veniva servito il budino, immancabilmente, ogni giorno, non ricordo se fosse buono, ricordo solo la foga con la quale facevamo mulinare i cucchiaini a finire quanto prima il budino, e una volta finito rovesciavamo la scodella per scoprire il nostro destino:

sul fondo era stampato il logo del produttore, quelli in uso nella nostra aula erano tutti blu, tranne uno, che era stampato in verde, chi lo trovava aveva diritto di possesso del nuovo numero di Topolino della settimana, gli altri dovevano accontentarsi dei “vecchi” o di qualche altro libricino della piccola libreria che l’asilo aveva allestito nel soppalco.

Ed eccoci distesi su cuscini e tappetoni morbidi, i più piccoli di noi dormivano, ne avevano bisogno, io ricordo solo che mi perdevo nelle vignette di Topolino e Paperino, seguendo le storie senza avere la minima idea di cosa ci fosse scritto, immerso in una docile penombra, nella tranquillità del primo pomeriggio...

-- Del mio professore di italiano delle scuole medie ricordo principalmente due cose, anzi tre: l’accento leggermente marchigiano (era originario di Recanati), l’usanza che aveva di scagliare l’astuccio quando individuava qualche rumorosa distrazione (chiamiamola così) tra i banchi dei suoi studenti, e vi assicuro che, come la catena di Andromeda, colpiva il nemico ovunque si trovasse, il tutto mentre continuava a spiegare la lezione.

Fu il primo ad individuare la mia vena sotterranea da lettore, ad allestire gli scavi, a portare alla luce la falda acquifera che avrebbe invaso la mia giovane mente.

Il primo libro al quale mi affidò come uno sciamano saggio lo conservo ancora gelosamente, e mi raccontava la storia di un ladruncolo della mia età, nella Londra vittoriana, una serie di circostanze lo metteva in grossi guai, braccato tra i vicoli fumosi e le cantine più malfamate da avversari implacabili, e quindi doveva imparare a distinguere di chi fidarsi e di chi diffidare.

Ho amato quel libro, aveva tutti gli elementi per piacere ad un pulcino delle medie come me, avventura, inseguimenti adrenalinici tra i vicoli appestati di fuliggine, mascalzoni col sorriso sulle labbra e improbabili eroi ammantati di polvere.

Ormai l’ho interiorizzato e metabolizzato nella mia storia da lettore come il mio primo vero libro e occupa un posticino giustamente speciale nella mia biblioteca personale.

Me ne consigliò altri in quei tre anni delle medie, me li ricordo ancora come se fossero la formazione titolare di una nazionale che ha vinto la coppa del mondo:

“Rasmus e il vagabondo”, “Il cavaliere del Falcone d’oro”, “Storie dell’anno mille”, “Il taglio del bosco”, “Momo”, “Il sogno di Daniele”, “La promessa di Hamadi”, “L’amico ritrovato”, “Marcovaldo”, “Il sentiero dei nidi di ragno”, “La freccia nera”.

La terza cosa che ricordo, la terza... la racconto più avanti.

(“Smith, uno strano ladro nella strana Londra”  - Leon Garfield)

-- Dalle stecche delle persiane fece capolino, timida, l'alba.

La luce inondò la mia stanza, inesorabile e chirurgica.

Illuminò il letto, ancora intatto (chissà, forse in qualche frequenza degli ultrasuoni erano udibili le sue urla orfane del mio corpo). Svelò l'armadio e accanto la giovane libreria, ancora poco sovraccaricata del peso dei volumi. Faceva bella mostra la variopinta collezione di Librogame, un qualche libro di avventura e un'acerba collezione di classici dall'aria schiva.

La luce continuò a frugare, e mi scovò seduto alla mia scrivania, tra le mani un libro, blu, aperto nelle ultime pagine, e nel cuore un tumulto inafferrabile.

Il primo raggio di sole che arrivò al mio volto non poté non notare gli occhi, cerchiati dalla notte insonne, ma poco prima non poteva essergli sfuggito neanche il sorriso inebetito che mi piegava le labbra.

Ero nella mia stanza, e non ero nella mia stanza, ero in un locale di Parigi, ero in un bistrot aperto tutta notte, sfatto come i tavoli e i bicchieri intorno a me, dopo una notte tra bagordi e filosofia in compagnia di Matthieu, con il suo carico di esistenzialismo sconclusionato, con Boris addormentato sul tavolo, con Lola la cantante blues sfilacciata su un divanetto basso, con l'improbabile Daniel e la nitidezza delle sue risoluzioni, con la tenerezza suscitata da Marcelle, per non dire della mia cotta adolescenziale per la lentigginosa e riccissima Ivich.

Un romanzo che non mi ha fatto dormire, che dall'inchiostro mi è passato al sangue in un battito di ciglia.

Era l'inizio dell'estate del '96, il principio di una stagione che presagivo memorabile, avevo diciassette anni, impaziente mi aspettava la vita, mentre il vento frizzante del mattino si portava via ogni cosa.

Qualche anno prima il mio professore di italiano mi disse una frase che non ho più scordato:

“Un libro non è mai un capolavoro, è solo un libro. Diventerà un capolavoro quando avrai voglia di leggerlo almeno tre volte nella vita”

(“L'età della ragione”  - Jean-Paul Sartre)

-- A quel tempo viaggiavo particolarmente leggero: un mozzicone di matita, un temperino minuscolo e uno scarto di gomma, quanto ai fogli su cui utilizzarli per prendere appunti mi abbandonavo totalmente all'improvvisazione del caso; capitava così che me ne tornassi a casa con fascette di fogli mal assortiti, ma fittissimi di note: tovagliolini da bar, retro di volantini colorati, l'incarto di un vassoio da pasticcini, una volta fui particolarmente fortunato: gettato in un cestino nella sala centrale scovai un quadernetto a righe, appena iniziato, con una pessima copertina in colori psichedelici. Il precedente proprietario lo aveva marchiato con geometrici appunti, mi sembrò, di geografia politica, con una scrittura molto tonda e paffuta. Non mi posi alcuna domanda sul motivo per cui era stato abbandonato nel cestino della spazzatura, mi limitai per qualche minuto a leggiucchiare tra quelle righe fanciullesche, con una scia di imbarazzo nel sentirmi come una sorta di spia, fuori tempo massimo. Raggiunsi le prime pagine inviolate, rigirai il quaderno sulla copertina e ripresi i miei studi, che con velleità intellettualoidi avevo ribattezzato: “la costruzione della mia anima”.

Un giorno di autunno il temporale mi sorprese a metà strada nel tragitto tra la biblioteca e casa, procedevo con la matita stretta tra le labbra, mentre tra le mani rigiravo i tovagliolini di una tale Caffetteria BonBon, dove (tra parentesi) si poteva bere dell'ottimo Cardinal Mendoza al bicchiere, tenuti insieme da una graffetta che l'impiegata del banco informazioni, mossa a compassione, mi aveva donato.

Rileggevo le mie riflessioni e nel contempo pensavo al primo esame di letteratura inglese, che sferragliava come un treno da un paio di settimane e che da lì a qualche giorno mi avrebbe travolto con il suo carico di carbone, direttamente dalla seconda rivoluzione industriale. La prima goccia mi cadde sul pollice destro, seguita da un'altra, rapidissima, che si tuffò nel primo tovagliolo andando a rivitalizzare l'inchiostro della parte finale della parola “collegio”. Ripiegai immediatamente il blocchetto di tovaglioli intorno alla matita e infilai il pacchetto nella tasca interna della giacca, poi richiusi il bavero mentre cominciavo a correre verso il primo riparo disponibile.

Mi fiondai appena in tempo sotto ad un'arcata del viadotto ferroviario, in quel momento da qualche punto del cielo si rovesciò un fitto muro d'acqua. Ansimavo per lo sforzo della breve corsa, scrollandomi dalle gocce di pioggia con i dorsi delle mani da spalle e braccia.

Guardai mestamente la pioggia, chiedendomi per quanto tempo mi avrebbe inchiodato lì sotto, nella penombra che già si apprestava a tirare per la manica suo fratello maggiore il 'buio'. Mi appoggiai alla parete, lasciandomi cullare dal docile rumore della pioggia, quasi tentato di chiudere gli occhi per trasformare quel momento d'attesa in qualcosa di simile ad un riposo, quando un rumore attirò il mio sguardo dalla parte opposta dell'arcata, quella che dava sui campi, arati di fresco.

Uno sfrigolio, la zampillante fiamma di un fiammifero lacerò il buio, danzò per diversi secondi, lasciò due cerchiolini rossi a mezz'aria e poi una mano invisibile la agitò fino a spegnerla, repentina un'aria di tabacco si diffuse nell'arcata.

“Una sigaretta? Amico?” domandò una voce roca, che mi giunse umida di pioggia

“Volentieri, grazie!” risposi staccandomi stancamente dalla parete

I due cerchiolini mi vennero in contro verso la metà della volta; nell'esile luce rimasta indovinai i profili di due ragazzi della mia età, il più basso, quello che doveva aver parlato, aveva capelli mossi, arruffati e una presenza che suscitava calore, dell'altro percepivo solo che fosse più alto e che portasse un paio di occhiali, tondi, nelle cui lenti si rifletteva flebilmente la brace della cicca mentre ne tirava una boccata.

Nella mia mano destra comparve una sigaretta.

“Io mi chiamo Dylan Marly Thomas” disse quello dai capelli arruffati, con una voce smezzata dalla cicca che reggeva tra le labbra, “E lui è James Joyce”, mi portai la sigaretta alla bocca e strinsi un paio di mani vigorose, al buio.

Un altro fiammifero sfrigolò nell'aria umida e mi accesi la sigaretta nell'istante esatto in cui un treno cominciò a sferragliare sopra le nostre teste, inondando quello spazio di vibrazioni impazzite.

Dal rumore assordante si sarebbe detto un treno carico di carbone...

Quello fu il giorno in cui incontrai James Joyce e Dylan Thomas.

(“Ritratto dell'artista da giovane” - James Joyce - “Ritratto dell'artista da cucciolo” - Dylan Thomas)

-- Ormai era rimasta solamente una debole sfumatura del dolore, soprattutto si presentava al mattino, al momento di alzarmi dal letto, una fugace fitta a livello del torace, rapida come il pensiero di una libellula, la testa invece era a posto, percepivo appena, quando tastavo al di sotto della ancor folta capigliatura, la triade di bernoccoli oramai in regressione, tre! Come le volte che si era ribaltata l’auto, in quell’incidente piombato come un punto esclamativo alla fine di un viaggio memorabile.

Quella mattina mi chiamò una mia recente amicizia, studente all’accademia di Belle arti di Brera, ci eravamo conosciuti lavorando al magazzino di un vicino supermercato, durante la stagione estiva.

Avevano organizzato, con il corso di arte contemporanea, una gita in Germania, nella città di Bonn, che prevedeva la visita al Museo d’Arte Contemporanea. Presi l’occasione al volo.

Per il viaggio decisi di portarmi un libro scritto nel 1963 ed ambientato proprio in quella città; libro che avevo provato già ad attaccare durante la primavera precedente, ma poi lasciato a naufragare con altri, sul comodino accanto al letto. La singolare coincidenza di quella proposta mi convinse a gettare la ciambella di salvataggio e trascinare con me questo libricino.

Durante il percorso in treno misi da parte le velleità sociali e smorzai i tentativi di dialogo dei miei compagni di viaggio, probabilmente (lo ammetto) con malcelata maleducazione, ma tanto ero preso dalla lettura del mio libricino, che mi calai completamente in quel paesaggio dell’anima che il protagonista, un clown di professione, si dannava a dipingere sotto i miei occhi con i colori della sua insofferenza.

Mi travolse con i suoi tormenti amorosi, che sentivo un po’ miei, se non altro per vicinanza d’età, nella sua rivolta personale alla società, incarnata perfettamente dal fratello piccolo borghese, ridevo sonoramente alla descrizione delle sue performance lavorative, via via sempre più guidate da sbronze colossali, tanto disastrose da costargli la perdita anche dell’agente scalcagnato.

All’arrivo in stazione i compagni di viaggio dovettero strattonarmi per strapparmi dal racconto delle vivida voce di Hans Schnier, mi mancavano le ultime righe. Sbucammo dalla stazione di Bonn, io al guinzaglio del mio amico, con una mano mi aggrappavo ad una frangia del suo zaino e mi facevo guidare, con l’altra continuavo a leggere.

Chiusi il libro sulle scale della stazione, i rumori della città che ci rotolava davanti mi investì in pieno, insieme ad un fredda brezza autunnale. Nel turbinio di suoni, tra clacson e bambini urlanti, mi giunsero, sempre più insistenti, le grattugiate di una chitarra e una voce rauca, da frontman grunge. Un artista di strada, seduto a gambe incrociate sui penultimi gradini della scalinata, cantava a squarciagola una canzone che non conoscevo.

Rapido mi avvicinai a lui e al suo berretto rovesciato, scovando nelle tasche qualche spicciolo, che feci piovere dentro. E piovvero nel bel mezzo del cappello, tra una banconota e una sigaretta tutta spiegazzata.

(“Opinioni di un clown” - Heinrich Böll)

-- Da qualche parte dei miei vent’anni.

Vivo da solo da un paio di stagioni, tre traslochi in giro per la città, ma almeno il lavoro è stabile: apprendista in libreria, a ben guardare nella scala gerarchica dei miei sogni occupa la piazza d’onore. Eppure non riesco a goderne appieno, da qualche tempo un aspro malessere si è attaccato ai miei atomi, ne ignoro ancora la causa, a dirla tutta non mi danno neanche l’anima a cercarla, la lascio a naufragare tra la schiuma e i vapori della stanchezza, che pure è tanta, il lavoro è duro ed è dura imparare un mestiere così complesso (“Va là che lavori in libreria, chissà quanti libri ti leggi sul lavoro?!” - “Si come no, due, tre contemporaneamente”).

Ho chiuso il negozio con la responsabile, che mi fa da chioccia, mi ha dato uno strappo alla stazione della metropolitana, ed eccomi che aspetto la mia corsa su una fredda panchina di pietra arenaria.

Il mio fianco destro viene incalzato dal peso all’interno della mia borsa a tracolla, il libro. Lo tiro fuori, è tutto il giorno che pregusto questo attimo, le ultime pagine! È una lotta estenuante quella che porto avanti con questa opera, è iniziata tre mesi fa, e ci siamo accapigliati non poco in questo periodo, io e lei, ma ora siamo al capitolo finale, e leggo...

Chiudo il libro che mancano ancora due fermate alla mia, fisso fuori dal finestrino il buio che scorre rapido e striscia lungo la parete del tunnel. Mi affiora un sorriso sulle labbra, non posso fare a meno  di aggiungere il mio futile parere a quello di milioni di lettori prima di me: ho appena finito di leggere un capolavoro!

Arrivo a casa, salgo stancamente i gradini che mi portano al piano, la luce è saltata da tre giorni, l’androne è buio, le linee di luce che filtrano dalle porte degli altri appartamenti mi fanno da fievole guida per la serratura del mio.

Notte inoltrata, silente, non fosse per qualche gatto e l'eco di feste lontane.
Una brezza leggera scuote timidamente le piante, nel riquadro di una cena lenta e solitaria. Un Grand Marnier appena aperto esala le sue proiezioni di sogno.

Dalle casse i Led Zeppelin si buttano nella lunga cavalcata di "Moby Dick" e presto arriva il lungo, sublime, tormentato, assolo di John Bonham.

Chiudo gli occhi

Moby Dick.

La batteria che si infrange sulle onde, con rabbia crescente, a strappi, colpi sordi, vibrati. E la balena è sempre lì. Il suono riproduce l'estenuante lotta che si srotola nei territori dell'anima. Ha qualcosa di sovrannaturale quell'assolo, come un ciclo di respiri e battiti che non sono umani, eppure vengono da lì.

La balena bianca che tutti portiamo dentro, che Bonham affrontava a mani nude, sulla pelle dei tamburi, avendo perso nella foga dello scontro le bacchette.
Trattengo il respiro, il cuore si modula ai colpi sparati dalle casse, non sembra arrivare mai la fine, solo piccoli istanti di calma, più brevi di un respiro, ma è solo la balena che spruzza via l'acqua e poi torna alla carica, implacabile.

Infiniti minuti raschiano via le forze, finché crollo, esausto, sull'ultimo rantolo, l'ultimo colpo di piatti prima che Page lanci il salvagente annodato alla sua chitarra.

Troppo tardi Jimmy, troppo tardi.

Tra i flutti ci inabissiamo, io e la mia Moby Dick.

(“Moby Dick” - Herman Melville)

- “Perché ridi?” mi chiedeva Silvia, sentendomi sghignazzare dall’altro capo del letto.

Mi ricomposi quel tanto che bastò per raccontare la scenetta che avevo appena letto: il primo appuntamento di Barney Panofsky con quella che diverrà la donna della sua vita, una cena a due, una conversazione fin troppo immaginata, battuta per battuta e più volte, da Barney, e che va a rotoli prima ancora di iniziare per lasciarlo in balia dei suoi disperati balbettii fino a fargli fare la figura del pesce lesso.

Barney o lo si ama o lo si odia, io in quel momento realizzai che lo avrei amato da lì alla fine del libro, lo amavo anzi già dalla prima pagina, senza rendermene conto. Perché un po’ Barney, in fondo, mi ci sentivo anch’io, stretto in un vortice abitudinario di insofferenza, costretto in una gabbia di incomunicabilità, e costretto dai miei stessi limiti, peraltro; alla deriva lungo l’orizzonte degli eventi, convinto invece di avere saldo, in mano, il timone della mia vita.

Al lavoro, in cassa, mi esercitavo nel fingere i diversi accenti con i clienti, lasciavo biglietti minacciosi negli armadietti, mandavo mazzi di fiori a caso, da ammiratore anonimo, scrivevo mail di reclamo e di lamentele per il pessimo servizio ricevuto, al mio stesso punto vendita.

In quei giorni Barney mi faceva compagnia, ridevo delle sue trovate, sentivo la sua mano sulla spalla, lo sguardo obliquo, da presa in giro permanente, che mi invitava a non prendermi troppo sul serio, a non prendere sul serio il mondo, fin dentro l’ultimo, straordinario, capitolo.

Ridevo delle sue disgrazie, compiacendomi dell’ironia con le quali le affronta, con una sgangherata spavalderia, un satiro bestemmiatore che impreca al firmamento, nel pieno della tempesta.

Volevo in qualche modo assimilare una tale forza d’animo, farla mia, finché non arrivò anche per me, la tempesta.

(“La versione di Barney” - Mordecai Richler)